Scelte difficili
Prima di tutto no, mi sono vaporizzato. E’ solo che ho affrontato la prima settimana di lavoro, il primo terzo di un percorso di introduzione in azienda, disegnato da quelli dell’HR in modo che si possano incontrare piu’ persone possibile. Persone che, si presume, debbano in qualche modo essere rilevanti alla tua funzione o che, piu’ semplicemente, sono importanti ed e’ giusto che uno le veda (e soprattutto si faccia vedere).
Devo confessarvi che, finora, e’ andata veramente alla stragrande. E se il buongiorno si vede dal mattino…
La prima notizia, pero’, e’ che ho chiaramente sbagliato le scarpe. La mia azienda, a Milano, possiede una serie incredibile di edifici, posti tutti piu’ o meno nella stessa zona, come dire, a distanza scarpinabile, ma in certi casi non proprio agevolmente. Il fatto, poi, e’ che uno deve scarpinare per forza, perche’ togliere la macchina da A per andare a B significa perdere il posto e dover cosi’ vagare come un miserabile alla ricerca di un altro buco. E la storia si ripeterebbe ogni volta per andare da B a C e per tornare a A.
In piu’ c’e’ da aggiungere che, per esigenze orarie dei miei ospiti, capita sovente di fare un meeting, che so dalle 10:00 alle 11:00 nell’edificio A, e poi di avere il meeting successivo dalle 11:00 alle 12:00 ma nell’edificio C. In mezzo? Un chilometro o due di asfalto e (qualche volta) anche di pioggia. E io, come dicevo, ho sbagliato le scarpe, mettendomi uno scarpino nero allacciato di cuoio, di quelli che stringono davanti, per cui sto passando un weekend d’inferno con i piedi da rottamare. Per questa ragione, sto seriamente riflettendo sulle calzature da indossare la prossima settimana, ma il problema e’ che con giacca e cravatta non c’e’ molto spazio per lavorare di fantasia. A meno che non faccia come qualcuno, che mette le scarpe da tennis sotto il vestito scuro. Boh… prima scelta difficile.
Ma non mi lamento, d’altronde sto facendo anche una cosa che, tutto sommato, e’ una delizia: la scelta dell’auto, che pero’ introduce la seconda scelta difficile.
C’e’ un problema: il fringe benefit. Gia’, perche’ lo Stato italiano dice che se la tua azienda ti offre un’auto per uso promiscuo, che in parole povere significa che fortunatamente la puoi anche usare per fare i cacchi tuoi, allora ci devi pagare le tasse. Come a dire che l’azienda ti sta corrispondendo in natura un bene che vale certi soldi, quindi scattano le gabelle. Giuste o meno, le gabelle si trovano sul sito dell’ACI, e sono piuttosto esose, anzi diciamo pure che sono un furto! Senza scendere nei particolari, vi posso solo dire che la fascia di automobili a cui posso accedere non prevede pagamenti inferiori ai 200 Euro mensili, gia’ prendendo una macchina normale, in allestimento base e senza aggiungere accessori. Ripeto, parlo di auto normali, senza fronzoli. E’ chiaro che esagerando si possono superare di slancio i 500 Euro, fino a raggiungere i clamorosi 800 Euro e passa per il SUV della Lexus… roba che si fa prima a prenderlo a noleggio a lungo termine. Oggettivamente anche 500 Euro sono una cifra astronomica, visto che c’e’ gente che si spacca la schiena ogni mese per poco di piu’, e a me questa cosa mi suona come uno schiaffo alla miseria. Si potrebbe anche obiettare facilmente che e’ sempre meglio che doversi pagare l’auto e tutte le spese da soli, pero’ mi ha sempre scocciato molto pensare di dover sborsare dei quattrini per poter avere l’auto aziendale. L’auto me la da l’azienda, perche’ ritiene che sia utile allo scopo. Certo, la uso pure a titolo personale, d’altronde dovrei avere un’auto per il business, mollarla il venerdi sera, usare un’auto privata nel weekend e poi riprendere quella aziendale il lunedi mattina. C’e’ chi lo fa… ma scusate… che cazzata. Anche perche’ significa che in famiglia uno deve avere due auto piu’ l’auto dell’azienda.
La cosa negativa e’ che al momento sto guidando un’Alfa Romeo 159 sport wagon, una macchina odiosissima. Pensavo che la mia BMW 330xd touring fosse stretta dietro, e’ evidente che non avevo ancora visto l’Alfa. Col sedile tutto indietro, nella tedesca c’e’ ancora spazio per un bambino, mentre nell’italiana non c’e’ posto nemmeno per un puffo. Il motore e’ un motoraccio, coi cavalli tutti in alto. Il cambio s’impunta, e nei percorsi misti il muso sottosterza con gran facilita’. Certo, questo significa che il comportamento e’ genuino e facile da gestire, ma per me che a guidare ci provo ancora un certo gusto, la cosa e’ piuttosto fastidiosa. La qualita’ dei materiali e’ poverissima (ora ho capito perche’ la FIAT ha fatto la joint venture proprio con la TATA), il cruscotto e’ orribile, completamente coperto da una specie di piastra metallica che, in realta’, e’ di plasticaccia. Si, c’e’ il manometro del turbo, che e’ da puristi delle corse, ma nel traffico di tutti i giorni e sotto l’occhio del Tutor e’ diventato buono per il brodo. Ho anche notato che, per essere un normalissimo 1900 turbo diesel common rail, consuma anche parecchio, quanto la BMW, che pero’ e’ un 3000 a sei cilindri e trazione integrale e va moooolto piu’ forte.
La vera chicca l’ho trovata nella logica del sensore pioggia. Lo conoscete no? E’ un aggeggio che, a seconda della quantita’ d’acqua che arriva sul vetro, adegua la velocita’ delle spazzole tergicristallo. Ecco: secondo me e’ un sensore indiano! Piove poco? Sta li’, a far nulla, fino a che tu diventi cieco e dai un colpo alla leva per spazzolare. Oppure, improvvisamente inizia a battere, strisciando la gomma dei tergi sul vetro senza alcuna ragione, fino ad impazzire completamente e andare su e giu’ come un forsennato! Una roba da comiche, degna di Mr. Bean!
Eh si’, la vita e’ proprio difficile.
L’altezza dei pantaloni
Sara’ che stanotte ho avuto la febbre, ma stamattina mi sono svegliato con un pensiero particolare. Un pensiero che collega, possibilmente (ma non e’ detto), il sottotitolo di questo blog al modo di indossare i pantaloni delle ultime 4 generazioni. Ora, non sono un esperto di moda, anzi tutt’altro, io sono il classico business-casual che giustifica dietro questa espressione la sua incapacita’ (per non dire cronica mancanza di voglia/interesse) di vestirsi secondo i canoni del momento. Tanto per dire, preferisco mille volte una polo Lacoste e un paio di 501 per sempre, piuttosto che le robine da fighetto che oggi ci sono e domani non ci sono piu’. Ma non e’ una critica, e’ un’osservazione sul sottoscritto che non pretende ne’ ragione ne’ torto.
Pero’, una cosa la devo sottolineare, con particolare riferimento ai pantaloni che, seppur rimasti sostanzialmente invariati nei secoli, hanno sperimentato diversi modi di essere indossati, facendo si’ che si puntasse sempre e solo verso il basso.
I nostri nonni portavano i pantaloni allacciati bene in alto, a volte anche al di sopra dell’ombelico, qualche volta li tenevano su’ anche con un cordino, se non avevano i soldi per la cintura oppure per le bretelle. La cosa oggi ci sembra ridicola, ma a quel tempo di sicuro non lo era, anzi era la moda del momento e nessuno ci trovava niente di strano. Nemmeno quando, tira su che tira su, le caviglie restavano scoperte, creando il celebre effetto “zompa fuoss’”, cioe’ l’aspetto di chi se li tira su prima di saltare un fosso o una pozzanghera per evitare si sporcarsi.
I nostri genitori poi abbassarono un po’ il tiro, portando la cintura sotto l’ombelico, e tendendo ad essere molto ma molto classici nel modo in cui i pantaloni cadevano sulle scarpe: mai troppo corti, mai troppo lunghi, piuttosto un’ottima giusta misura. Come dire, ogni cosa sempre al suo posto ma nessuno spazio alla fantasia, salvo forse la mitica zampa di elefante che, pero’, era piu’ un’espressione di uno stile di vita che un fatto tecnico vero e proprio. In ogni caso, anche la zampa di elefante cadeva al posto giusto, senza sbavature.
Poi siamo arrivati noi che abbiamo leggermente abbassato ancora la cintura, ma nulla di particolarmente evidente. Piuttosto siamo intervenuti su altri fattori, come stringere intorno al polpaccio, piuttosto che creare artificialmente l’effetto zompa fuoss’ per mettere in mostra uno scarpino particolare, e cosi’ via. O magari abbiamo fatto il contrario, estremizzando la lunghezza della gamba, in modo che le suole delle scarpe mangiassero e sbrindellassero progressivamnete il tessuto, creando un effetto che difinirei “quello del povero disgraziato che si e’ fatto prestare i pantaloni da uno piu’ alto”.
E infine ci sono i ragazzi di oggi, che hanno portato i pantaloni verso l’estremo. Stretti, attillati ma, soprattutto, con una vita talmente bassa da non poterla nemmeno definire piu’ tale. Piuttosto si dovrebbe dire che i pantaloni di oggi sono a bacino basso, visto che spesso e volentieri si arriva a scoprire quasi le parti intime, mentre mettere in mostra le mutande e il taglio tra le chiappe e’ diventata norma quotidiana. Riconosco, per dovere di cronaca, che ci sono alcuni casi in cui la cosa non mi dispiace affatto!
Messa cosi’ la questione, a un certo punto ha posto un dubbio amletico. Assodato che la direzione e’ quella, cioe’ di puntare sempre di piu’ verso il basso, come si fa ad abbassare ulteriormente i pantaloni a bacino basso senza costringere le persone ad andare in giro col capitone e la patonza al naturale?
Pensa che ti ripensa, qualcuno, gia’ da almeno un anno a onor del vero, ha avuto il colpo di genio: allora, se non possiamo abbassarli sopra… beh, abbassiamoli sotto! E sono cosi’ nati i pantaloni che io definisco “modello cagasotto”, ma non con riferimento alla temerarieta’ di chi li indossa, ci mancherebbe, ma piuttosto rispetto alla funzione che sembrano a tutti i costi voler espletare. E’ evidente che mi sto riferendo a quei modelli il cui cavallo non aderisce piu’ alle parti civili di chi li indossa, ma giace penzoloni una quarantina di centimetri piu’ in basso, come se, appunto, la persona si sia cagata addosso e abbia lasciato i resti del desinare a fermentare liberamente li’ sotto.
Sinceramente trovo che siano un orrore, ma vista la situazione, adesso sono davvero curioso di scoprire quale sara’ la prossima mossa, volta all’abbassamento estremo dei pantaloni nel 21-esimo secolo.
I pantaloni dell’Umanita’ stanno degradando? Verso il basso di sicuro, sul resto non mi pronuncio.
Tieni cuore italiano?
L’avete vista la nuova pubblicita’ della Cirio? C’e’ Gerard Depardieu, notissimo attore francese, che delizia i suoi ospiti con piatti italiani cucinati con i prodotti della suddetta. In realta’ gli spot sono due: nel primo fa uso della passata rustica per preparare la pasta ad alcuni amici, e nel secondo si dedica ai pelati per conquistare una solitaria donzella, imboccandola con un pezzo di francesissima baguette tocciata nel sugo. E, in entrambi i casi, sullo sfondo si vede Parigi, giusto per rinforzare il concetto.
Ora, ci tengo a precisare alcune cose:
- Amo la Francia con tutto me stesso;
- Odio in francesi con tutto me stesso (parigini in particolare);
- Le salse della Cirio mi piacciono, e lo ritengo un marchio italiano di cui andare orgogliosi;
- Depardieu e’ bravo, a tratti sublime (Cirano ve lo ricordate?) ed e’ pure molto simpatico.
Quindi, non ho nulla contro il protagonista, non ho nulla contro il marchio, e trovo felice l’idea di “costringere” un francese ad ammettere di avere, almeno in cucina, un po’ di cuore italiano, e di passare contestualmente il messaggio che, se vuoi stupire i tuoi amici francesi, devi ricorrere alla buona e semplice pasta italiana condita con un buon sughetto.
NOTA: sara’ che sono le 18:45, ma mi sto facendo venire fame da solo! FINE NOTA
Pero’, nonostante tutto, anche la bravura e la simpatia di Gerardo (tanto vale italianizzare pure lui), c’e’ qualcosa dentro che non mi va… e’ come se…. e’ come se sognassi di una Peugeout di mezza eta’, con un muso grosso, che mi guarda ammiccante, mi fa l’occhiolino e mi dice:
Tengo cuore Ferrari
Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa!!!
Donne al volante (ehm…)
Scusate, non volevo farlo, ma la tentazione e’ stata troppo forte, non fosse altro grazie all’idea di far divertire anche voi con questo simpatico video. E’ una raccolta di 3 minuti e 43 secondi che contiene alcuni svarioni alla guida da parte del gentil sesso. Non si offendano le signore, non c’e’ discriminazione, ma solo sane risate
Via: Haisentito.it
Catinaccio Rosengarten
Martedi scorso, utilizzando come scusa il compleanno di TuttoQua Girl, ma in realta’ a causa del caldo mostruoso che ci stava consumando, siamo fuggiti via col camper. Pochi giorni, giusto per cambiare aria e consentire al pargolo (che per la cronaca oggi ha 41 giorni) di respirare un po’ e far respirare pure noi.
Il fatto che a noi piacciano le Dolomiti non e’ un mistero, e questa volta abbiamo scelto la Val di Fassa, e per la precisione un paesino che si chiama Pozza di Fassa. Il campeggio in cui ci siamo sistemati e’ il Catinaccio Rosengarten, perche’ sorge proprio sotto il Monte Catinaccio, di cui abbiamo una diapositiva:
Il camping e’ bello, sufficientemente piccolo, ottimamente attrezzato (anche con WiFi a 3 Euro ogni 2 ore). I bagni, poi, sono uno spettacolo: nuovi di zecca e con tanto di baby room, che a noi torna particolarmente utile di questi tempi. Noi siamo qui (freccia rossa):
Oltre la recinzione scorre un torrente, e di fronte a noi si erge la Cima Dodici, altra maestosa roccia dolomitica, di cui, guarda caso, abbiamo giustappunto un’altra diapositiva:
Il camping e’ vicinissimo al paese (10 minuti a piedi) e la vita, sia di giorno e sia di sera, non manca. A pochi minuti di autobus si possono raggiungere altri paesi, tra cui Canazei, che non dovrebbe aver bisogno di presentazioni. Oppure si puo’ andare a Moena, dove c’e’ un autonoleggio, prendere una macchina e andare in giro su per i passi. Per gli amanti del trekking, e’ pieno zeppo di sentieri, adatti ad ogni palato e a ogni gamba, quindi non ci si annoia mai. Infine, se vi piace il wellness, ci sono almeno un paio di alberghi che fanno al caso vostro. Aggiungo che si mangia bene, i prezzi sono accettabili e i ladini sono brava gente. L’unica cosa e’ che sono simpatici come un calcio nelle balle. Come dire… freddini, che dopo averci conversato per un po’, la domanda che nasce spontanea e’: “ma che gli ho fatto a questo?”.
E poi hanno un altro difetto clamoroso: non sanno dare indicazioni. Stamattina, ad esempio, abbiamo chiesto alla receiption se ci fosse un maneggio nei dintorni: “si, basta seguire la strada principale, e lo trovate a 600 metri dal campeggio”.
Allora, come si suol dire, siamo proprio a cavallo, andiamo! Dopo due chilometri di statale, sotto il sole (che picchia, ve lo assicuro), abbiano iniziato a chiederci dove fossimo finiti e, soprattutto, dove fosse finito il maneggio. Allora siamo entrati in un hotel, e abbiamo chiesto lumi alla proprieta’: “guardi, basta andare giu’ di la’, sara’ al massimo 1 Km. Pero’, visto che avete il passeggino, e sulla statale non c’e’ marciapiede, (ma va che non l’avevamo notato, ndr), vi conviene girare su di qua, passare per il prato laggiu’, scavalcare il ponticello e siete arrivati”. Beh, facile…
…li mortacci loro!! Una cazzo di salita, un prato con un sentiero che sembrava il Camel Trophy e, dulcis in fundo, una discesa ripidissima di terra smossa per tornare sulla strada (con la carrozzina!). Almeno, alla fine dell’agonia, al maneggio ci siamo arrivati… ma solo per vederlo chiudere! SLAM! Apre alle 10:00 e chiude alle 12:00, e poi riapre alle 14:00. Vabbe’, ci sara’ un ristorante dove mangiare e aspettare, no? “Scusi, c’e’ un posto dove mangiare?”. “Si, a Vigo di Fassa!”. Che significa il posto dov’eravamo quando ci siamo fermati a chiedere informazioni all’hotel, cioe’ prima del salitone, del prato malefico e di tutto il resto!! Tutti i maneggi del pianeta fanno orario continuato e hanno almeno un bar, tranne questo! Pazienza: che facciamo, torniamo indietro? Per forza, ma dalla statale no, troppo pericoloso.
Ehm… risaliamo da dove siamo passati prima. Vi giuro che, dopo aver spinto la carrozzina su per la salitona di terra, ho desiderato ardentemente di spirare sul posto e di ricongiungermi col Padre, salvo ritornare sui miei passi per non lasciare moglie e figli sperduti su un prato dolomitico!
Venite pure in Val di Fassa, ma se amate i cavalli, allora lasciate perdere.















