TuttoQua?

L'umanita' sta regredendo

La Formula 1 degli incompetenti

Verso la fine degli anni Novanta, dopo un bel po’ di tempo trascorso a lavorare in quello che gli addetti ai lavori chiamano “IT tradizionale”, feci il grande salto verso il mondo delle Telecomunicazioni, e andai a prestare servizio presso un’azienda americana figlia della Bolla della New Economy. Era indiscutibilmente una DOT.COM, una di quelle aziende cioe’ che, a partire dal nome stesso, evidenziavano chiaramente le loro origini, facilmente identificabili nella Silicon Valley della California. Quando la Bolla inizio’ a sgonfiarsi, e molte di quelle compagnie videro svanire in pochi mesi enormi riserve di contanti e furono costrette a chiudere, la mia, grazie anche al fatto di avere un CEO illuminato alla guida, decise di cambiare rotta. E, a partire proprio dal nome, da cui spari’ il suffisso .COM, divento’ un’azienda che faceva “Telecom tradizionali”. Li lasciai nel 2002, ma loro oggi sono ancora li’ e, in alcune aree geografiche, sono sempre dei fieri competitor del sottoscritto, nonche’ dei buoni amici.

Tutto questo per introdurre un tema importante, quello del cambiamento come strategia netta e precisa. Quando una societa’ commerciale, il cui obiettivo e’ il profitto, capisce di navigare in una direzione che la portera’ verso il naufragio, ha due possibilita’ dinanzi a se’: cambia rotta, oppure insiste credendo di essere super partes, e di avere comunque una stella benevola che le splende sulla testa e che la protegge da tutto e da tutti.

Un po’ di esperienza ormai ce l’ho, e di miracoli simili non ne ho mai visti: nel mercato vige la legge della giungla. Se ti adatti sei bravo a vai avanti, se ti ostini, beh allora R.I.P.+

Da appassionato di Automotive e di Formula 1, non posso fare a meno di non commentare i fatti che stanno accadendo tra la F.I.A. (La Federazione Internazionale dell’Automobile) e la FOTA, l’associazione che comprende tutti i team che partecipano al Campionato Mondiale di Formula 1. La F.I.A., guidata da quel Max Mosley che e’ assai piu’ conosciuto per il festino sado-maso con transessuali che fini’ su Youtube che per essere un grande manager, ha deciso che l’anno prossimo la F1 avra’ un tetto massimo di spesa di 40 milioni di sterline. I team saranno ancora liberi di spenderne di piu’ ma, qualora lo faranno, andranno incontro a limitazioni tecniche di varia natura, limitazioni che sono ancora da definire.

Max Mosley, a differenza del mio ex-CEO pero’, non e’ uno che vede lontano e, purtroppo, non sa dove sta andando. Piuttosto sta inseguendo una strategia suicida arrivata non si sa bene da dove, che probabilmente cambiera’ definitivamente e in modo drastico i connotati del piu’ affascinante sport motoristico di sempre. Uno sport caratterizzato da eroi alla guida, da ricerca tecnologia portata all’estremo, da celebri (ormai leggendari) costruttori, con Ferrari in testa, e da tutto il resto. Una competizione fatta di millesimi di secondo, di variazioni tecniche impercettibili, di carichi aerodinamici, di propulsori di 2,4 litri che, frullando a 18.000 giri al minuto, generano potenze nell’ordine degli 800 cavalli! Un circus caratterizzato da rumori, puzza di bruciato, da belle ragazze ai paddock e da tanto lusso che fa invidia a tanta gente. Un altro pianeta insomma, che si e’ sempre retto su enormi investimenti e su aziende che c’hanno sempre creduto e hanno sempre dato il massimo, nel bene e nel male.

L’anno prossimo no! Max ha deciso che dopo 60 anni, questa cosa non va piu’ bene. Max ha deciso di aprire le porte a una valanga di costruttori sconosciuti, gente che la F1 non sa nemmeno dove stia di casa e che arriva al punto di iscriversi in fretta e furia rubando i nomi a miti di questo sport, nomi come Lotus e Brabham.

E se il buongiorno si vede dal mattino…

La FOTA si era unita come mai prima, dicendo a Max: “caro Sado-Max, cosi’ non va. La Formula 1 e’ uno sport di elite, dove la possibilita’ d’investire e’ la chiave per andare piu’ forte, produrre tecnologia migliore e ottenere un alto ritorno dell’investimento”. Ma Sado-Max si e’ indurito, ha iscritto d’ufficio le scuderie, che si sono incazzate come licantropi, e alla via cosi’.

Ci sono state pero’ due defezioni, due team che si sono iscritti volontariamente al Mondiale 2010, accettando tutte le condizioni. La Williams, un costruttore inglese di auto di Formula 1 (fa solo quello da sempre) e la Force India, che appartiene al magnate indiano Vijay Mallya, uno che di F1 non sa niente e non gliene frega una cippa, ma che ha pensato di usare uno scalcinato team per pubblicizzare la sua birra, che e’ il vero business di cui si occupa. La Force India, con i vecchi regolamenti o con i nuovi e’ e sara’ sempre una scuderia mediocre, finche’ sara’ guidata dala stessa miope e insulsa strategia che l’ha condotta, finora, a non raccogliere nemmeno un punto mondiale.

La mossa della Williams non l’ho capita, almeno non del tutto: ha dichiarato di avere obblighi contrattuali da rispettare nei confronti degli sponsor. Beh? E gli altri? Passi per i costruttori, ma la McLaren, che pure fa solo quello da una vita, gli obblighi non ce li ha? Pero’ la Williams la perdono, evidentemente la sua situazione economica e’ compromessa, e non ha altri introiti se non la pubblicita’. E poi ha fatto tante di quelle belle cose negli ultimi trent’anni che, almeno per quel che mi riguarda, la sua reputazione resta immacolata. Sulla scia della Williams, invece, la Force India (che non vedeva l’ora), si e’ fatta una fotocopia del comunicato stampa della scuderia inglese e l’ha rilasciato pari pari: “sapete… abbiamo gli obblighi…”. I soliti indiani della malora, che prima fanno i patti d’acciaio e poi, alla prima occasione, se poco poco gli conviene (o pensano gli convenga) ti piantano una coltellata nella schiena da manuale. Ormai li conosco bene, e non fanno altro che riconfermarsi come inaffidabili e traditori.

La verita’ e’ che la Force India rispecchia in pieno la Formula 1 di domani, quella che Sado-Max ora vuole a tutti i costi. Uno sport fatto da gente che non ne sa nulla, da scuderie mediocri, da piloti sconosciuti, da squadre che non dispongono dei budget necessari a sviluppare tecnologia, e nemmeno gli interessa, e che non dureranno nemmeno tre stagioni. Le scuderie serviranno solo a portare adesivi pubblicitari in giro, esattamente come accade nelle competizioni motoristiche americane, che sono inutili e noiose e non portano alcun beneficio alle automobili di tutti i giorni. Non faranno altro che passare di mano in mano, per vedersi acquistate da altri ricconi annoiati che devono inventarsi qualcosa per pubblicizzare il loro prodotto. E pensare che Redbull, in questi anni, ha creato un case study degno dei migliori master in economia! Da Redbull si dovrebbe imparare, invece che prendere esattamente la via opposta!

C’e’ un problemino pero’: chi la guardera’ la Formula 1 del 2010?

Intanto alla F.I.A. consiglio di cambiare nome in F.I.S.S.: Federazione Internazionale Scuderie Scadenti!

17 giugno 2009 - Posted by | Aziende e dipendenti, L'India non puo' farcela! | , , , , , , , , , , ,

13 commenti »

  1. Personalmente ho smesso di guardare la Formula 1 da circa 2 anni. E non so come ho fatto a resistere fino ad allora, considerando che solo una gare su dieci era apprezzabile, mentre le restanti nove mi facevano piombare nel sonno sul divano.
    Mosley si commenta da solo, però in questa F1 c’è un grosso problema: l’appiattimento delle capacità dei piloti dovuto allo sviluppo dell’elettronica. E’ inevitabile. Per non parlare dei regolamenti che cambiando di continuo rendono un team attualmente ridicolo (vedi la recente Ferrari) quando nella passata stagione era fenomenale (vedi sempre la recente Ferrari). Insomma alla fine gli ultimi scontri epocali rimarranno quelli fra Hakkinen e Schumacher. Scontri che già di per sé, rispetto alle sfide passate degli anni ’80, sapevano di minestra riscaldata.

    Commento di Lorenzo | 17 giugno 2009 | Rispondi

  2. Sado-Max viene definito da chi lo conosce come una delle persone più intelligenti sulla piazza, e non solo parlando di F1.
    Sarà.
    Ma allora la spiegazione potrebbe essere che nel corso dei suoi nazi-sado-party non l’hanno solo frustato sul culo ma ha preso pure qualche brutta scarpata in testa…
    Dottordivago

    Commento di ilpandadevemorire | 17 giugno 2009 | Rispondi

    • AHAHAHAHAHAH!! Questa e’ mitica!! 😀

      Commento di tuttoqua | 17 giugno 2009 | Rispondi

  3. Complimenti per l’apprezzabile qualità di blogger e per gli interventi di buon livello.
    Volevo però farti un’obiezione ad un insopportabile cliché che viene pavlonianamente associato alla F1: lo “sviluppo della tecnologia” da cui consegue il ricatto delle scuderie che producono automobili di pregio. Ora, si comprende bene perché per una Ferrari sia fatale conformare il proprio budget di spesa ad altri competitors. Dovendo vendere un prodotto ad alto prezzo destinato al mercato del lusso sportivo è chiaro che l’equazione risultato vincente=tecnologia vincente=aumento dei profitti sia lapalissiana.
    Il mio dubbio riguarda invece il fatto che di tecnologia prodotta dalla Formula 1 si fonda su un equivoco: la formula non produce tecnologia ma la usa. Non sviluppa materiali, li adatta al suo caso. Non innova idee aerodinamiche, le trova giustamente pret-à-porter bussando all’industria aerospaziale. E con tutta l’incompetenza specifica che posso avere, non occorre essere un ingegnere meccanico per comprendere che ciò che rappresenta innovazione nelle automobili civili, dal servosterzo, alla’abs, dall’iniezione elettronica agli airbag, dalle strutture a deformazione programmata all’uso di leghe leggere, dalla penetrazione aerodinamica al rendimento dei turbodiesel, dal cambio automatico ai tubeless, niente di niente arriva dalla formula 1. Ma proprio nulla.
    Inoltre è evidente anche al più sfegatato tifoso di automobilismo che la F1 sia purtroppo il principale narcotico non chimico per lo sventurato spettatore di turno. Resistere ad un Gran Premio è un test per la narcolessia.
    Infine ritengo che sia molto aristocratico e decadente osteggiare l’ingresso di potenziali nuovi concorrenti che sfidino sul campo, a parità di condizioni economiche di partenza, i blasonati nomi del passato. Avendo dimostrato agilmente che non si può guardare alla F1 con la stessa dignità che si concederebbe ad un centro ricerche da cui trarne un beneficio, resta il parametro del divertimento.
    E allora, ditemi vi prego, che piacere c’è mai stato ad avere un campionato in cui esistono economicamente solo 2-3 marche che la fanno da padrone e tutto il resto del paddock non è che una pletora di noiosi comprimari, mosconi che ronzano per il piacere di tali predatori?
    Le corse migliorano le razze, no? E allora l’unico “mito” dei poveri arricchiti che risponde al nome Ferrari, con quell’insopportabile viscido di Montezemolo a suonarne stucchevolemnte la lira, è la sola e unica a rimetterci il ruolo sul proscenio.
    Ancora complimenti per il sito.

    Commento di Ubu Roi | 18 giugno 2009 | Rispondi

    • Ciao Ubu Roi,

      complimenti per lo stile e la satira del tuo intervento: mi sono sbellicato dalle risate (..Montezemolo il viscido che suona la lira è un’immagine fantastica). Però in merito al contenuto mi sento di dissociarmi: è vero che la maggior parte delle innovazioni tecnologiche presenti in F1 provengono dall’industria aeronautica (il sistema ABS è stato creato per diminuire gli spazi di frenata dei caccia che atterravano sulle portaerei, giusto per fare un esempio; i freni a disco sono stati però introdotti proprio nelle competizioni sportive in Gran Bretagna). Tuttavia un conto è sviluppare per aerei o satelliti, un altro è portare quella tecnologia sulle vetture.
      Da questo punto di vista, tecnologicamente la F1 è come un “ponte” tra innovazioni di altissimo contenuto tecnologico sviluppate in sede aerospaziale, e produzione di massa.
      Ciò non toglie che se non cambiano regolamenti questa F1 è di una noia esasperante; se poi abbiamo solo quattro attori di altissimo livello a disputarsi le gare e le vittorie a suo di sorpassi, ben venga! il problema è che qua chi interpreta meglio un regolamento -è più roba da avvocati che da ingegneri ormai- vince il campionato successivo.

      Commento di Lorenzo | 18 giugno 2009 | Rispondi

  4. Grazie Lorenzo, rifletterò sulle tue obiezioni ma continuo a rimanere persuaso che questa funzione “ponte” non ci sia. I freni a disco sono ancora una volta stati sviluppati in sede civile e al di fuori delle competizioni dall’ingegnere Lanchester a inizio ‘900. L’inglese imprenditorialmente creò la sua produzione di automobili senza lanciarsi in competizioni di sorta (e all’epoca già erano in voga). Imbarazzante il fatto che già tram europei nella belle epoque montasserò freni a disco.
    Mi si obbietterà che però fu solo nella 24 ore di Le mans dei primi ’50, mi pare, che la soluzione assurse alla celebrità mediatica. Ma anche qui c’è molta autocelebrazione da parte del mondo delle corse e poca cronologia. Infatti i freni a disco sono già in commercio nella Chrysler Imperial nel 1949.
    Se vogliamo vedere nella F1 un travaso di tecnologia va benissimo ma occorre allora ridimensionare tale ruolo alla quarta di copertina e non al titolo del libro.

    Commento di Ubu Roi | 18 giugno 2009 | Rispondi

  5. Spero che l’autore del blog mi scusi per l’eccessivo spazio ma occorre fare un paio di precisazioni. La tecnologia che viene adattata all’automobilismo competitivo tende a creare innovazioni nel settore delle performance assolute. Può darsi che per serendipità il ricercatore della marca x di pneumatici da gara scopra ad esempio una mescola oscena per la prestazione ma di longevità eccellente, ottima per un uso pubblico dell’autovettura. Ma ci sono modi ben più fruttuosi intermini di risultato sperato – ed infatti le case automobilistiche sviluppano le loro soluzioni al di fuori delle competizioni che rimangono ottimi strumenti di marketing per i propri prodotti.
    Riguardo al ruolo di interpretazione del regolamento come elemento di vittoria, non è che la conseguenza delle due filosofie adottate dalla F1 per sopravvivere: I) (sperare di) creare competitività diminuendo la forza economica dei predatori – e da qui cambiamenti annuali volti a diminuire i costi; II) Rispondere alla sensibilità generale che mal sopporterebbe altri morti (specie se campioni) attraverso l’introduzione di limiti alla fantasia futurista desiderosa di velocità.
    Il risultato è penoso in entrambi i casi perchè il cambiamento annuale – come dice Lorenzo – aumenta la cavillosità e gli screzi del dietro le quinte a scapito della scena e la sicurezza dei piloti va in dissonanza cognitiva con il desiderio inconscio da parte del pubblico del brivido di una morte che corre sul filo.

    Commento di Ubu Roi | 18 giugno 2009 | Rispondi

    • Lo spazio a disposizione della conoscenza e della condivisione, per quel che riguarda me e il mio Blog, e’ illimitato. Fate come foste a casa vostra dunque! 😉

      Commento di tuttoqua | 18 giugno 2009 | Rispondi

  6. E’ vero: penso che, anche se non è politically correct ed è inascoltabile in un talk-show alla tv, la riduzione delle potenze della Formula1 (dai turbocompressi, passando per i 3000 e ora ai 2400 cc di cilindrata), unitamente ai superiori sistemi di protezione dei piloti, hanno rovinato molto della spettacolarità di questo sport, che dovrebbe sempre premiare il coraggio e l’astuzia di un pilota.
    Aggiungiamoci che non ci sono sorpassi in pista, che “il batticuore” viene da chi è più veloce a riempire un serbatoio, che una lacuna in un regolamento viene sfruttata ad arte da ingegneri dietro consultazione di collegi di avvocati per ribattere alle future obiezioni dei concorrenti. Questo non è sport, sono pippe mentali.

    Sono convinto che la prima di copertina di uno sport automobilistico deve essere riservata al pilota fotografato dentro la vettura; ma il fall-down tecnologico lo metterei in seconda copertina. Per citare un altro esempio -recente stavolta- penso al cambio sequenziale, portato dalla Ferrari alle Alfa.
    Chiaramente esiste il concetto di serendpity, cioè della capacità di tradurre un insuccesso in un settore in un breakdown in un altro settore; ma le scoperte, anche quelle fortuite, viaggiano sempre dietro la Ricerca e lo Sviluppo. Niente soldi in R&D, niente avanzamenti tecnologici.E di R&D in F1 se ne è fatta comunque tanta, per questo non sono favorevole al tetto di investimenti. Altrimenti facciamo un campionato di Panda 4×4, così risparmiamo e tutti possono partecipare, anche se per l’esiguità delle risorse finanziarie messe in campo non si scopre nulla di tecnologicamente rilevante. E i piloti non rischiano di farsi male, con buona pace dei buonisti ad oltranza che pensano che chi ama le corse, come la boxe, sia per l’attesa dell’incidente mortale.

    Commento di Lorenzo | 18 giugno 2009 | Rispondi

  7. Ok, ma qual’è la connessione tra tra la ricerca nella deportanza e il ritorno in termini di divertimento (oltre che nella vita quotidiana delle automobili?)Occorre davvero lasciare briglie sciolte alle spese massime o si potrebbe avere un campionato più entusiasmante lasciando libertà di potenza? Rifletti, se dobbiamo limare il millesimo di secondo potendo agire solo su pochi parametri molto specifici e già portati agli estremi, è chiaro che la funzione dei costi sia quadratica.
    Non ci sono soluzioni a oprtata di mano perché le pressioni in gioco sono molte e in fondo la formula 1 esiste per il suo carattere di marketing. E come nei campionati di calcio non è mai bene creare regole e istituzioni che tendano a parificare i concorrenti altrimenti si rischia di far vincere l’outsider, con buona pace e delusione massima di sponsor, contratti, ritorni pubblicitari e commerciali.
    Piccola stoccatina: a parte gli ultranazionalistici mensili italiani che trattano automobilismo più come tifo che a livello tecnico, com’è potuta passare la bufala per la quale la Ferrari è l’inventrice del cambio sequenziale, pardon? Questa è bella. Dire che tale cambio è stato portato dalle Ferrari ad altre marche è confondere la causa con l’effetto e attribuire – ancora una volta – alla Ferrari un ruolo archetipico che non ha mai posseduto. Però devo ammettere che l’immaginario costruito sapientemente dalla Ferrari ha trovato terreno fertile.

    Commento di Ubu Roi | 18 giugno 2009 | Rispondi

  8. Non ho scritto che il cambio sequenziale l’ha inventato la Ferrari – tra l’altro non so nemmeno il primo che se l’è inventato, non sono un’enciclopedia della tecnica motoristica. Dico semplicemente che, per rimanere in ambito FIAT, il cambio sequenziale con comandi al volante è passato dalla Ferrari di Formula 1 alla Ferrari stradale e infine all’Alfa. Mi sembra un processo semplice e lineare nella sua evidenza.
    I sistemi antipattinamento, di controllo di frenata, sono stati utilizzati nelle competizioni sportive, in cui sono state adattate preesistenti tecnologie aeronautiche. In F1 gli studi sulla deportanza sono ai massimi livelli, così come sui materiali compositi, sulle leghe che si deformano a seconda della pressione dell’aria, sui freni al carbonio, etc. Questo impone anche sviluppo di modelli fluidodinamici, di software; per non parlare della progettazione delle centraline elettroniche, dello studio della migliore miscela carburante, etc.

    Chiaro che questa tecnologia è asservita allo spettacolo, ci mancherebbe. Anche un campione di nuoto può essere avvantaggiato dal costume sviluppato dopo studi sulle squame dei pesci e sulla viscosità dell’acqua: ciò non toglie che il campione rimane lui ma rimane la curiosità per la tecnologia che sta in parte dietro il successo.

    Per quanto riguarda regole da cambiare per aumentare lo spettacolo, non saprei cosa consigliare: ci sono così tanti parametri su cui agire che penso che solo pool di ingegneri e tecnici possono proporre soluzioni soddisfacenti. Ma il tetto di spesa massimo, la prolungata durata dei motori, sono soluzioni che per me non premiano.

    Commento di Lorenzo | 18 giugno 2009 | Rispondi

    • Non vorrei dire una gran boiata, ma mi pare che il primo sequenziale di serie l’abbia montato la Porsche, e lo chiamava Tiptronic, che poi e’ diventato anche il nome utilizzato dal gruppo Volkswagen. Che poi Porsche l’abbia anche progettato e sviluppato ne dubito. Pero’ e’ vero che il primo sequenziale con comandi al volante per la produzione di serie e’ arrivato dalla Ferrari di F1.

      Commento di tuttoqua | 18 giugno 2009 | Rispondi

  9. Infatti Tuttoqua ha ragione e il primo sequenziale (anche al volante) è proprio il tiptronic porsche. Tra l’altro mi avete stimolato a fare qualche ricerca oziosa e ho trovato che la maggior parte dei cosiddetti cambi sequenziali (dsg dell’Audi, F1 della Ferrari, Steptronic etc. non lo sono affatto! Essi sono trasmissioni manuali elettroidrauliche e anche la mia ignoranza li ha sempre pensati sequenziali. Quindi non solo quasi tutti noi siamo persuasi di primati ed appartenenze che sono false, ma lo siamo allo stesso modo commettendo gli stessi errori. Perché? E’ il marketing bellezza, e non puoi farci proprio nulla. 🙂

    Commento di Ubu Roi | 18 giugno 2009 | Rispondi


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