TuttoQua?

L'umanita' sta regredendo

La complessita’ e’ dannosa?

Lo spunto lo prendo da un paio di commenti a questo POST, ma il realta’ la cosa mi ronza nella testa da un po’.

La domanda e’: la complessita’ e’ dannosa?

Mi spiego. Quando devo compiere una determinata azione mi baso su un algoritmo, vale a dire una sequenza finita di operazioni che mi porta a raggiungere il risultato che mi sono prefissato. Esempio: un contadino produce mele, alla fine dell’anno fa il raccolto e si ritrova 50 casse piene, ognuna delle quali contiene 500 mele. Considerato che produrre una mela gli costa 10, e che la rivende a 15, quale sara’ il suo profitto finale?

Semplice direte voi. Moltiplico 50 casse per 500 mele e ottengo il numero di mele complessivo, cioe’ 25.000. A questo punto so che per produrle ha speso 25.000 x 10 = 250.000, le ha vendute a 25.000 x 15 = 375.000, da cui il profitto sara’ 375.000 – 250.000 = 125.000. Per semplice che possa essere la soluzione, di fatto essa rappresenta anche l’algoritmo necessario a svilupparla. Noi siamo come delle macchine, e quando dobbiamo risolvere un problema, nel senso piu’ ampio del termine, andiamo alla ricerca di una sequenza di passi che ci porti a una soluzione. Chiaro? Bene.

Ora, che succede se il mio problema diventa piu’ complesso, ma molto piu’ complesso? Di solito l’Uomo tende a risolvere i problemi complessi applicando soluzioni complesse, che pero’, per loro natura, non sono semplici da applicare. Spesso richiedono tempi lunghi e l’errore e’ sempre dietro l’angolo. Per questo l’Uomo ha inventato il computer e tutta la tecnologia che si basa su esso. D’altronde oggi i computer sono dentro qualsiasi cosa, anche nella lavatrice, nel frigorifero, nella TV LCD e cosi’ via. Senza computer l’Umanita’ ripiomberebbe in un buio Medioevo di incertezze, e si ritroverebbe incapace di fare molte cose. Non storcete il naso, piuttosto, chi di voi si ricorda come si fa la radice quadrata con carta e penna? Io no, perche’ da 30 anni esiste la calcolatrice che la estrae in un nanosecondo! La radice quadrata e’ diventata, grazie al chip delle calcolatrici, una robina da ridere, anche se, in realta’, non e’ affatto cosi’.

Allora, riassumendo, diciamo che un problema complesso spesso si porta dietro una soluzione complessa e l’ausilio della tecnologia (magari anche un “semplice” foglio Excel). Questa fatto pero’ introduce un effetto collaterale che puo’ rivelarsi perfino pericoloso. Si tende a perdere il controllo di parte dell’esecuzione dell’algoritmo, perche’ se ne occupa una macchina programmata per svolgere quel compito.

Ma che succede se la macchina sbaglia, oppure, piu’ semplicemente, l’essere umano che usa la macchina compie un errore qualsiasi? Questo quesito lo posso applicare a qualsiasi situazione, quindi provo a partire da qualcosa di molto familiare. L’automobile.

Oggi guidare un’auto e’ diventato tecnicamente piu’ semplice di 30 anni fa, in gran parte grazie all’elettronica. La macchina sbanda? Niente paura, c’e’ l’ESP. Devo frenare sul bagnato rischiando di perdere il controllo? Macche’, c’e’ l’ABS. E la partenza in salita? Figurarsi, c’e’ l’assistente elettronico. Non so dove andare? Lo sa il navigatore satellitare. E cosi’ via. Questo significa che noi oggi ci affidiamo all’automobile molto piu’ di quanto non avremmo fatto 30 anni fa. 30 anni fa, prima di tirare una frenata sul bagnato avremmo affidato l’anima a Dio, e forse saremmo andati anche piu’ piano sotto la pioggia. E prima di fare una partenza su una salita ripida avremmo tirato il freno a mano, evitando di smandruppare il radiatore del tizio dietro. E per andare da li’ a qua, ci saremmo procurati una cartina. Oggi no, ci sediamo in auto e troviamo tutto li’. Il problema pero’ e’ che non ce ne rendiamo conto, anzi magari qualche volta rischiamo di ammazzarci ma non ce ne accorgiamo nemmeno, perche’ l’elettronica ci tira fuori da una brutta situazione prima ancora che i nostri sensi abbiano potuto realizzare il pericolo. Ma cosa accade nel momento in cui l’elettronica non puo’ piu’ nulla? Anche i computer non possono opporsi alle leggi della Fisica, per cui esiste sempre un limite, solo che la tecnologia avvicina il limite del mezzo meccanico al limite fisico, portandoci sull’orlo del baratro. E quando il limite e’ raggiunto, credetemi, per il guidatore abituale (e spesso anche per il pilota professionista) non c’e’ piu’ nulla da fare, altrimenti l’avrebbe gia’ fatto il chip, non vi pare?

Stessa cosa per gli aerei. Qualche anno fa, quando arrivarono i primi cockpit digitali, i piloti si lamentarono, dichiarando di trovarsi confusi dalla mole di dati e dal modo in cui questi venivano presentati sui display, confessando di preferire i vecchi indicatori analogici. Il problema pero’ e’ che gli aerei sono cambiati, sono controllati dai computer e gestiscono una quantita’ di informazioni enorme rispetto al passato. La tecnologia si fa carico del grosso del lavoro, ma ai piloti resta un ruolo di controllo comunque di una certa entita’. Nei grandi aeroporti si atterra e si decolla ogni 30 secondi, e le separazioni orizzontali e verticali tra gli aeromobili si assottigliano sempre di piu’. E’ naturale, ci sono i computer, e grazie alla potenza di calcolo, si possono fare piu’ cose in meno tempo e meno spazio. Cosa accade pero’ quando la tecnologia si ferma, per un guasto, o magari perche’ deve fronteggiare una situazione non prevista dal software? Accade che l’Uomo deve diventare macchina, nonostante i suoi limiti, ed improvvisarsi super computer. Ce la fa, non ce la fa? Dipende dai casi, dalla fortuna e da mille altri parametri, ma le catastrofi sono un epilogo piuttosto scontato in casi come questo.

Anche le aziende non sono esenti da tali rischi. Il libero mercato ha creato una concorrenza mostruosa in qualsiasi settore, e le varie crisi economiche hanno creato consumatori sempre piu’ attenti e consapevoli. Condite il tutto in salsa Web 2.0 (tutti sanno tutto, su tutto e di tutti) e ottenete un lavoro maledettamente difficile. Le grandi aziende sono diventate complicate, perche’ si sono dovute confrontare con un business complicato. Il rischio e’ che questa complessita’ introduca lentezza. Spesso una compagnia percepisce un concorrente come aggressivo solo perche’ questo e’ piu’ rapido, cioe’  ha un time-to-market inferiore. Ma non significa necessariamente che il concorrente sia aggressivo, ma forse solo che ha trovato una quadratura migliore dei suoi processi interni, e si fa meno pippe mentali quando si tratta di prendere decisioni strategiche. Ma l’altra azienda soffre, e se non trova il modo di snellirsi magari chiude e addio.

Non dimentichiamoci di un’ultima cosa, e non e’ un dettaglio: la complessita’ costa, e indovinata alla fine chi la paga?

Insomma, la domanda che vi giro e’: per muoversi nel 21-esimo secolo, e’ davvero necessaria la complessita’, e quando possiamo affidarci al supporto della tecnologia? E, invece, cosa possiamo fare per reintrodurre un po’ di semplificazione nelle nostre vite?

7 febbraio 2010 - Posted by | Aziende e dipendenti, Cose da ricordare, Cose tecniche, Pericoli vari e disservizi | , , , , ,

3 commenti »

  1. Il segreto, secondo me, sta nel conoscere il proprio lavoro.
    E per conoscere intendo capirne il senso, ciò che ci sta dietro, non sapersi destreggiare nei “tecnicismi”. Nel mio caso, gestire un’agenzia marittima è molto complesso, e richiede l’utilizzo e la conoscenza di svariati sistemi informativi, oltre che di leggi, regolamenti, usanze ecc ecc… ma alla fine, ciò che conta non è sapere COME si fa una cosa, ma PERCHE’ la si fa.
    Non è insolito allora scoprire che si è fatta quella cosa per anni, magari è una cosa anche complessa… ma non serve ad una beneamata.
    Ricordo molto bene uno spot della Pirelli: “power is nothing, without control”.
    Nell’ambito lavorativo, la tradurrei in “Technology is nothing, without brain.”.
    Purtroppo l’utilizzo del cervello da parte di chi lavora è sempre più raro: ci sono persone che sono in grado di mandare e-mail a qualsiasi ora del giorno e della notte, da qualsiasi posto, con qualsiasi tempo. Peccato che in quei messaggi ci siano soltanto solenni minchiate.

    Commento di misterpinna | 7 febbraio 2010 | Rispondi

    • Concordo MrP, e riconosco molto bene il problema dell’email, e mi sembra che sia un comportamento ben radicato nella gente. Un po’ perche’ l’email consente di spostare in avanti la necessita’ di pensare (sia per chi scrive e sia per chi legge), e un po’ perche’ con l’email ci si para il culo. Cosa fare? Alcune aziende provano a ridurre ai minimi termini la quota personale di spazio su disco del server di posta, ma non serve a nulla, perche’ la gente archivia in locale e continua a sparare tonnellate di immondizia. Poi c’e’ anche la pessima abitudine (molto anglosassone devo dire) di fare riunioni per qualsiasi cosa, convocando un sacco di gente e senza arrivare a nulla. Evidentemente serve un cambio culturale forte, ma… e’ facile a dirsi…

      Commento di tuttoqua | 8 febbraio 2010 | Rispondi

      • Ho la soluzione per la questione e-mail inutili… ma temo non sarà mai applicata.
        Un tempo nel mio lavoro si usavano i telex: costavano un botto: la tariffazione era un tot a lettera (byte).
        Se si tornasse a pagare ogni messaggio, la gente forse eviterebbe di eternare le solenni minchiate di cui sopra a getto continuo 😀

        Commento di misterpinna | 8 febbraio 2010 | Rispondi


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